Convegno MSC 2011

Ecco alcuni contributi dal convegno MSC 2011

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CHI E’ STATO?

“CHI E’ STATO?”

I racconti delle origini, tra:

teologia, vera scienza e ideologia ateo-materialista
Prefazione di S.E. mons. Giuseppe Zenti, Vescovo di Verona

Cinque schede:

1. Il modello del Big Bang: considerazioni.
2. Il principio antropico e il senso del mondo.
3. L’uomo, la donna e la loro origine.
4. L’origine della vita: problema o mistero?
5. Per una biologia della complessità.

Capita, studiando il libro di scienze, di imbattersi in domande che rimandano alla Teologia e, viceversa, leggendo la Bibbia, di riscontrare riferimenti espliciti all’origine del mondo, della vita e dell’uomo.

Oggi, accanto alla sempre valida distinzione dei due livelli di comprensione della realtà, quello sperimentale e quello speculativo, si impone la teoria del dialogo, che parte dalla convinzione che il soggetto che conosce è unico ed è la persona, sintesi straordinaria di infinite competenze.

Queste semplici schede sono state scritte, quindi, per quelli che non si accontentano delle risposte che trovano sui libri di testo, perché vogliono capire di più e, soprattutto, fare sintesi. Le domande sulle “Origini” sono in effetti le più “concrete” della nostra esperienza umana: quelle con cui abbiamo a che fare ogni giorno.

Se tutto si è fatto da solo “perché esiste la forza di gravità” (S.Hawking, “il Grande Disegno”) allora dobbiamo rassegnarci, ma se tutto è stato pensato e fatto per ciascuno di noi, come l’ abbraccio infinito di un Padre… beh, allora la vita è tutta un’altra cosa.

Troppo spesso la descrizione delle prime fasi del Big Bang viene scambiata per la causa e il senso dell’Universo, così come la siccità nell’Africa nord-orientale di quattro milioni di anni fa come la causa dell’esistenza dell’Uomo (?).

Proprio per quello che siamo ed esperimentiamo, non escludiamo la trascendenza come possibilità ed accettiamo spiegazioni delle “origini” solo se ne giustificano la complessità.

Umberto Fasol

Dalla Prefazione

Mi compiaccio con il Prof. Umberto Fasol che con la sua pubblicazione, limpida ed essenziale, dal titolo suggestivo “Chi è stato”, ha aperto nuovi orizzonti sul fronte del rapporto scienza e fede.

Tema, questo, più volte dibattuto, fino ad essere ritenuto da qualcuno persino logoro. Il Prof. Fasol lo ha per così dire risuscitato dalla fossa dello scontato e lo ha riproposto in termini di avvincenti argomentazioni, tratte tutte dalle ultime ricerche in campo scientifico, capaci di ridestare interesse. Quando cominci la lettura la porti alla fine. Come d’un soffio. Grazie a questo strumento di lavoro, che gode dell’agilità espositiva, precisa e motivata, l’autore stimola al confronto e al dibattito aperto. Quasi ad invogliarci a scendere in agorà per prendere la parola sull’argomento proposto che non lascia indifferenti.

La lettura appassionata della pubblicazione, opportunamente articolata in cinque schede, potrebbe tradursi in una sorta di laboratorio di nuove idee, germinate nell’humus costituito da uno strano impasto, apparentemente eterogeneo, tra scienza e fede, dalle imprevedibili suggestioni e dalle feconde prospettive.

+ Giuseppe Zenti,
Vescovo di Verona

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IL GRANDE NEMICO DELLA SCIENZA

Tutto è scontato; nulla deve stupire: semplicemente esiste e non potrebbe essere
diversamente, infatti c’è. Questa è la logica del darwinismo moderno. Nell’ultimo numero
di Le Scienze (settembre 2011) un articolo importante, enfatizzato anche nell’editoriale,
esemplifica molto bene questo dogma, applicandolo all’occhio, quello stupendo organo di
senso che ci consente di introiettare il mondo esterno, di godere della bellezza di un volto
e di un paesaggio e perfino di sorridere.

Da sempre – si sottolinea nel pezzo – l’occhio è stato presentato come un esempio di
irriducibilità e quindi di creazione immediata, senza evoluzione. Lo stesso Darwin si
era reso conto di questo, ma ora, dopo 150 anni di scoperte e di ricerche, la scienza
biologica è in grado di dimostrare che anche l’occhio, come tutta quanta la vita, è frutto di
piccole ma continue trasformazioni che, a partire da un sensore per il ritmo circadiano, è
diventato quel globo mobile che tutti apprezziamo.

Come? Per effetto della selezione naturale, la solita bacchetta magica.

Un ingegnere che avesse progettato l’occhio con questi difetti, rischierebbe di sicuro
il licenziamento.
” Come a dire: spazziamo subito via dal nostro orizzonte ermeneutico
il grande Nemico della Scienza, Dio. Con questa perentoria certezza Trevor Lamb,
ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze all’Università Nazionale di Canberra in
Australia, nell’ultimo numero di “Le Scienze” intende archiviare definitivamente e
trionfalmente la tesi del “disegno intelligente” e mettere la “pietra tombale sul concetto
di complessità irriducibile
”, applicata al suo esempio più classico: la bellezza e l’efficienza
dell’occhio umano.

Quali sono questi scandalosi difetti dell’occhio umano? Sono numerosi, a detta
dell’autore, che, comunque, si accontenta di enunciarne tre, “che degradano la qualità
dell’immagine
”: “una retina invertita che costringe la luce a passare attraverso i corpi
cellulari prima di raggiungere i fotorecettori; vasi sanguigni nella superficie interna della
retina; una macchia cieca dove le fibre nervose convergono in un nervo ottico
”.

Perché esistono questi difetti di costruzione, si chiede l’autore dell’articolo?

Risposta: “Perché la selezione naturale non produce perfezione, ma piuttosto si destreggia
con il materiale a disposizione, con conseguenze talvolta bizzarre

Il ragionamento è dunque semplice e a tutti comprensibile: se l’occhio è difettoso, non può
essere il frutto della creazione di un Essere intelligente. Questa è la verità, anzi, l’unica
verità possibile in campo scientifico, dove tutto è rivedibile per definizione.

Una volta che abbiamo escluso con baldanza l’esistenza di Dio, possiamo procedere a
trovare qualche soluzione. Ma sarà un percorso in discesa, perché il vero Nemico della
Scienza è appena stato ucciso; ogni alternativa potrà andare bene. E allora ecco l’altra
verità: la selezione naturale. L’occhio è un bricolage fortuito e quindi sempre migliorabile,
eseguito dall’ambiente e dalla sua selezione, che non ha alcuna causa, non ha alcuno
scopo da perseguire e tanto meno una funzione (la vista) da sviluppare.

L’autore fornisce le prove sperimentali di questo percorso fortuito e inatteso. In soli 100
milioni di anni un sensore luminoso di ritmi circadiani risalente a 600 milioni di anni fa, si
è evoluto in un organo otticamente e neurologicamente raffinato, databile 500 milioni di
anni.

La filiera dell’occhio umano inizia, secondo il dr. Lamb, con la retina della missina, un
agnato dall’aspetto piuttosto primitivo, che si presenta a due strati cellulari, con una
struttura morfologica che ricorda quella dell’epifisi dei vertebrati non mammiferi, la
ghiandola che regola i ritmi circadiani.

In pratica, il dr. Lamb vuole ricostruire l’occhio a partire dai suoi pezzi come il bambino fa
con il gioco del Lego. Inizia con la retina e prosegue con la sua curvatura a globo, quindi
con la genesi del cristallino e dei muscoli che muovono l’occhio.

Qual è la causa di queste creature? “La pressione di selezione”. Imbarazzante.

Che cosa vuol dire “la pressione di selezione”? Come può una lente convergente come
il cristallino comparire dal nulla di sé per effetto di una spinta dell’ambiente di vita
dell’animale? E i muscoli oculo-motori? E la retina? E il nervo ottico?

In natura questo non si verifica mai. La selezione opera su ciò che esiste prima della sua
azione; non può creare nulla. E quanto alla sua “pressione”, abbiamo seri dubbi: in natura
c’è posto per tante soluzioni diverse.

Ma quello che sconcerta di più è il silenzio assordante dell’autore su quella che è la
funzione dell’occhio: la vista.

Si noti bene che la vista non fa meraviglia; i difetti dell’occhio, sì.

Eppure… nessun centimetro quadrato del nostro corpo è trasparente alla luce, tranne
quei due punti che si trovano in apposite fossette ossee, nella parte superiore del cranio
facciale.

Lì accade il miracolo: un raggio di luce che porta le informazioni sulla realtà entra
nel nostro corpo, lo perfora letteralmente attraversando un diaframma che si dilata e
si restringe a seconda della luminosità, con apposito muscoletto circolare (il famoso
costrittore della rima pupillare).

La luce buca la cornea dell’occhio e viene concentrata da una lente convergente, il
cristallino, su un fondo di cellule fotosensibili che tappezzano il globo (la retina).

L’immagine viene messa a fuoco sulla retina, rovesciata in base alle leggi dell’ottica,
scatenando una serie di reazioni chimiche.

Il segnale chimico ridiventa segnale elettrico lungo il nervo ottico che conduce
l’informazione fino al cervello occipitale.

Lì un altro miracolo: gli impulsi elettrici creano una costellazione di segnali tali per cui il
cervello (meglio: la mente) elabora l’immagine che sta fuori di noi.

Ne siamo consapevoli: stiamo vedendo!

Dentro di noi si è formata l’immagine di ciò che sta fuori e il nostro cuore continua a
pompare sangue, i reni a filtrarlo, i polmoni si dilatano e si restringono, in assoluta
indifferenza a quanto sta accadendo agli occhi…

La vista c’è, ma il nostro corpo potrebbe funzionare anche senza…

Se c’è una complessità irriducibile, è proprio la vista, che trascende la retina, la rodopsina,
i muscoli oculomotori, il nervo e tutto l’hardware occorrente.

Come può aver agito l’ambiente naturale per creare tutti questi pezzi, per metterli insieme
per realizzare una funzione che li trascende sia come singoli che come organizzazione?

Affermare poi che la vista sia “degradata” dai vasi sanguigni (necessari per irrorare tutti i

tessuti coinvolti… altro miracolo) mi pare proprio una pretesa. La pretesa di chi esclude a
priori la presenza e l’azione del trascendente ed è così costretto ad attribuire all’ambiente
gli stessi poteri che si attribuiscono a Dio.

Non mi sembra di avere una vista degradata: non sono disturbato né dalla retina, né dai
suoi capillari, né dalla sua macchia cieca.

Come sempre accade nella biologia evoluzionistica, la genesi delle forme non ha
alcuna giustificazione razionale. Cito un esempio paradigmatico: per spiegare l’origine
del cristallino, l’autore dice: “durante lo sviluppo embrionale si forma la lente, come
ispessimento dell’ectoderma, che si rigonfia entro lo spazio vuoto ricurvo a forma di
C creato dalla retina. Sembra verosimile che una sequenza di cambiamenti simili sia
avvenuta durante l’evoluzione.”

E’ questa una spiegazione causale? Non è semplicemente la descrizione dei prodigi
compiuti dall’embrione in modo spontaneo, per forze endogene, per vincoli precisi stabiliti
dal suo Creatore?

Ora, se l’evoluzione imita lo sviluppo dell’embrione, non può esserne la causa.

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L’EVOLUZIONE E LA SACRALITA’ DELLA VITA

A centocinquant’anni dall’Origine delle specie il dibattito su che cosa sia la vita rimane aperto ed urgente.

Il dibattito sull’origine della vita e sull’origine dell’uomo, per fortuna, appassiona anche oggi e coinvolge tutti, uomini e donne, senza distinzione di età, di cultura o di religione.
Anche Benedetto XVI ne ha parlato in molteplici occasioni, fin dalla sua prima omelia, in piazza S.Pietro, il giorno dell’inaugurazione del suo pontificato, quando ha detto: “Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è pensato, voluto e amato da Dio”.
Si tratta di un tema fondamentale per le ricadute importanti sul senso stesso dell’esistenza che ciascuno di noi trascorre, sia pur per breve tempo, su questo pianeta.
Non vale appellarsi all’”ipse dixit”: credo che in questo campo ci si debba appellare prima di tutto alla ragione e alla sua capacità di conoscere: la posta in gioco è troppo alta per poter delegare o, peggio ancora, per rinunciare a pensare.
La datazione dei fossili e delle rocce del nostro pianeta esclude la possibilità della creazione del sistema solare e della vita 6000 anni fa, come sostengono i “creazionisti fondamentalisti”, ma non esclude, di per sé, l’intervento di un Creatore, in tempi e modalità differenti.
L’ipotesi dell’evoluzione biologica, nella sua formulazione più accademica, non possiede, a mio avviso, dati e argomenti sufficienti a soddisfare tutte le esigenze della nostra ragione.
Secondo tale ipotesi le farfalle, le balene, i cedri e gli uomini derivano da un antenato comune.
Questo antenato è costituito da un gruzzolo di atomi di carbonio, un gruzzolo di atomi di idrogeno, un pizzico di ossigeno e di azoto che, mescolati e ricombinati insieme in una pozza d’acqua di oltre tre miliardi di anni fa, sono diventati “viventi”, cioè capaci di metabolismo e di riproduzione, confinando la loro “novità” all’interno di una membrana, anch’essa vivente.
Senza alcun progetto pre-esistente, senza alcuna finalità, senza alcun potere previsionale sul loro futuro, senza poter ripetere il prodigio, queste molecole hanno dato inizio, a loro insaputa, al meraviglioso film della biologia sulla Terra.
Per almeno tre miliardi di anni non hanno incontrato nessuno che fosse in grado di dare loro un nome e di riconoscere il merito che hanno avuto, rischiando anche di restare ignorate per sempre, perché l’uomo avrebbe potuto benissimo non apparire mai.
Non solo l’uomo, ma anche il cuore, i reni, il fegato, l’utero, le ali dell’aquila, le vertebre del serpente, il marsupio del canguro, l’occhio di un falco… tutto avrebbe potuto non accadere.
Se è accaduto, lo dobbiamo solo alla variabilità del materiale genetico e dell’ambiente.
E’ molto esplicito a questo riguardo Francois Monod, premio Nobel per la medicina, ancor oggi considerato un “pontefice” nel campo dell’evoluzionismo: “soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, la libertà assoluta ma cieca, è alla radice del prodigioso edificio dell’evoluzione: oggi questa nozione centrale della biologia è la sola concepibile in quanto è l’unica compatibile con la realtà quale ce la mostrano l’osservazione e l’esperienza”. (F.Monod, pag. 95, “Il caso e la necessità” Ed. Mondadori, 1970).
Anche quando si parla dell’origine dell’uomo, uno dei massimo paleoantropologi viventi, il francese Yves Coppens, non lascia spazio ad alcuna ambizione: “e’ stato l’ambiente a fare l’uomo e senza questo evento (la siccità in Africa tropicale) il genere Homo non avrebbe avuto alcun motivo di comparire, almeno lì e in quel momento” (Yves Coppens, Histoire de l’homme et changements climatiques, tr. Italiana Jaca Book, 2007).
La nostra ragione deve rassegnarsi: non c’è disegno, non c’è finalità, non c’è nulla di che stupirsi: tutte le “forme” della vita, compresa la nostra, sono un prodotto secondario dei cambiamenti climatici, quasi un effetto collaterale della scienza metereologica.
In fondo, in fondo, è come se si attribuisse all’ambiente un ruolo divino.
Eppure rimaniamo (come me, spero tanti…) ancora insoddisfatti da questa risposta; non sappiamo darci pace all’idea che per fare un computer ci voglia un ingegnere, ma che per fare un’aquila basti una bava di vento che la sollevi e che per fare un uomo basti un po’ di caldo e di siccità che lo costringa ad alzare la testa per vedere lo skyline sopra l’erba della savana.
In realtà, la macroevoluzione, ovvero la nascita delle differenti forme di classi di esseri viventi, non ha una spiegazione soddisfacente non perché dobbiamo aspettare ancora nuove ricerche, ma perché l’errore casuale (la mutazione) e la selezione dell’ambiente di vita non possiedono capacità morfogenetiche.
Detto in altre parole, le informazioni per costruire una colonna vertebrale all’interno di un corpo non possono ragionevolmente derivare da “errori” del DNA, perché sono di una complessità tendente all’infinito e come tale esige di essere trattata in termini di software e di brevetto.
Per “fare” la famosa giraffa, non basta allungare il collo, ma bisogna potenziare il cuore per spingere il sangue fin lassù, bisogna coordinare il movimento di tutti i muscoli, allungare i nervi, proporzionare le zampe e tutto nello stesso istante, altrimenti non “funziona” nulla.
Ogni volta cioè che si “ritocca” una parte di un organismo, si deve modificarlo tutto, perché un essere vivente non è un puzzle, ma una “complessità irriducibile” (un sistema la cui funzionalità non è presente nelle singole componenti, ma deriva dalla loro sinergìa).
L’inadeguatezza dei geni per spiegare le “forme” degli esseri viventi ha infatti fatto nascere recentemente un nuovo filone di ricerca che si spinge a cercare nuove risposte all’interno della biologia dello sviluppo (evolutionary developmental biology, evo-devo in sigla), cioè cambiando il punto di osservazione. Non più i geni, ma lo sviluppo dell’embrione.
Come i mattoni di una casa non ne spiegano gli appartamenti, le stanze, i corridoi, le scale, il tetto, così i geni non rendono ragione, da soli, della comparsa del primo fiore, della prima ala, del cervello e tanto meno dello sviluppo armonico di tutto ciò che concorre a formare un organismo completo.
Anche nella biologia dello sviluppo, come nella genetica rimangono aperte le domande fondamentali: da dove provengono le regole del gioco?
Perché si formano cinque dita nella mano?
Chi o che cosa ha dettato la simmetria bilaterale durante lo sviluppo?
Perché qualcosa e non niente?
La strada intrapresa è solo all’inizio, ma la dice lunga sulla pretesa di aver spiegato la vita a suon di mutazioni casuali e di clima variabile e volubile.
L’esplosione di quasi tutte le forme di vita nel Cambiano, nell’arco di soli 5-10 milioni di anni, ha inferto un duro colpo all’ipotesi dell’evoluzione graduale: prima compaiono tutte le grandi “architetture” e poi queste si differenziano nei dettagli.
L’evoluzione prevede un percorso esattamente opposto per la vita: le piccole variazioni sui dettagli portano, accumulandosi in tempi geologici, a differenze macroscopiche.
Le reazioni biochimiche che accadono in ogni singola cellula del corpo, perfettamente sincronizzate tra loro, coordinate nei reagenti, negli intermedi e nei prodotti finali, controllate continuamente dal fabbisogno reale di ogni molecola, costituiscono quella “complessità” che non si lascia “ridurre” ad alcuna delle sue componenti, perché postula quel surplus di “informazione” che solo è in grado di dare senso al sistema.
L’evoluzione della biochimica della cellula è ancora territorio vergine, ma la sensazione che lo scienziato ricava è che sia un’impresa senza successo: siamo in presenza di un disegno immediato e non di un beffardo scarabocchio che si dispiega nel tempo.
Abbiamo bisogno di un’ipotesi migliore di quella basata esclusivamente sulla mutazione e la selezione naturale: abbiamo bisogno di integrare nelle nostre conoscenze anche le parole chiave della vita, che sono “organizzazione”, “complessità irriducibile”, “progettualità”.
Dicevo all’inizio dell’articolo delle ricadute importanti di questo tema sul senso stesso dell’esistenza; è chiaro che la “sacralità” della vita, fondamento di tutta la nostra esperienza umana e cristiana, non trova facilmente alloggio in un contesto riduzionista e assolutamente materialista.
Se siamo “famigliari di Dio” (S.Paolo, Ef.2) allora l’embrione e il moribondo, il sano e il malato, il bianco e il nero, diventano secondari rispetto alla nostra identità; se invece siamo “prodotti del caso” ogni nostra condizione dev’essere sottoposta all’analisi del test di “qualità” per meritare di essere considerata nel contesto sociale.
Il Papa nell’ultima enciclica, sebbene sia a sfondo economico, ha sottolineato con estrema lucidità, come è nel suo stile, il legame tra la teoria dell’evoluzione e le questioni di bioetica: “la Bioetica è un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n.74.)
Credo, per concludere, che ogni tentativo di escludere l’idea di un “progetto” per la vita e per le sue forme mortifichi la ragione, quella a cui abbiamo fatto appello all’inizio e che non si rassegna all’idea che una natura senza senso abbia potuto generare quell’ordine e quella logica che la animano quando pensa e quando indaga.

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LA TELEONOMIA DEI VIVENTI COME PARADOSSO

Intorno al libro di Monod

Il saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea scritto dal Premio Nobel per la medicina Jacques Monod nel 1970, “Il Caso e la Necessità”, rimane una pietra miliare nel nostro dibattito sulla natura della vita, sulla sua complessità e sulla sua origine.

Particolarmente lucido ed assertivo risulta il filo rosso che unisce tutte le pagine e tutti i capitoli trattati: “il carattere teleonomico degli esseri viventi, per cui nelle loro strutture e prestazioni essi realizzano e perseguono un progetto”. (pag. 30).

La grande sfida per la riflessione filosofica sulla natura della vita è dunque costituita dalla teleonomia degli esseri viventi: il libro la affronta, la analizza e la rilancia di continuo, cogliendola da prospettive diverse, prese soprattutto dall’ambito della biologia molecolare.  L’ interrogativo fondamentale, cui si vuole rispondere è questo: “la teleonomia è reale o è solo apparente?”, ovvero: “è frutto di una scelta o è l’unica possibilità?”

Prima di giungere alla risposta procediamo per gradi.

Prima di tutto definiamo la teleonomia attraverso un esempio.

“Se si ammette che l’esistenza e la struttura della macchina fotografica realizzano il progetto di captare immagini, si deve anche necessariamente ammettere che un progetto simile si attua nella comparsa dell’occhio di un vertebrato. … Lenti, diaframma, otturatore, pigmenti fotosensibili: le stesse componenti non possono essere state predisposte, nei due oggetti, che per fornire prestazioni simili.”

“E’ impossibile concepire un esperimento in grado di provare la non esistenza di un progetto, di uno scopo perseguito, in un punto qualsiasi della Natura” (pag. 30).  Con tale affermazione categorica si cancella qualunque dubbio il lettore o il ricercatore potesse avere in proposito: il progetto c’è!

Si può e anzi si deve dunque parlare di progetti nelle forme di vita, senza il pudore che tutti gli insegnanti manifestano quando parlano con gli studenti: l’occhio serve per vedere, il cuore serve come pompa per spingere il sangue in tutti i distretti cellulari, le ali sono strutture disegnate per consentire il volo, ecc…

Ricordiamo il celebre intervento del card. Schonborn sul New York Times, il 7 luglio del 2005, con un clamoroso “Finding design in Nature”, mirato ad accusare “di ideologia ogni scuola di pensiero scientifico che voglia escludere l’idea di progetto in natura.”

Qual è dunque il problema se Monod prima e Schonborn poi, da prospettive filosofiche opposte, parlano di “disegno” in Natura come un’evidenza, che addirittura non si può smentire in modo sperimentale?

Il problema nasce nel momento in cui si vuole indicare la fonte di questi progetti, che non può assolutamente essere metafisica, per la scienza, in virtù del “postulato dell’oggettività della Natura, vale a dire il rifiuto sistematico a considerare qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di progetto” (pag. 29).

Detto in modo diverso: il progetto c’è, ma non può essere spiegato con un altro progetto che lo precede.

Esso nasce spontaneamente ogni volta che si forma la vita, non per scelta specifica, ma per l’esclusione automatica di tutte le altre possibilità, per opera sia della conformazione iniziale che della selezione naturale.

E’ il concetto di gratuità che viene in soccorso di questa interpretazione.  La gratuità è l’indipendenza chimica tra la natura molecolare del segnale e la funzione stessa che vuole realizzare.

L’esempio più famoso è dato dal codice genetico.

Non esiste alcuna relazione chimica tra la tripletta di nucleotidi e il suo significato, ovvero l’amminoacido specificato: la parola UUU significa la fenilalanina, ma per pura convenzione, non per complementarietà tridimensionale o per affinità chimica.

Un altro esempio si può ricavare dal mondo degli ormoni.

L’insulina è l’ormone prodotto dalle cellule beta delle isole del Langherhans del pancreas ed ha come bersaglio il glucosio del sangue: lo spinge all’interno delle membrane cellulari, abbassando così la glicemia.

Bene: la relazione tra la molecola di insulina e il suo significato, ovvero la molecola di glucosio, è assolutamente gratuita: osservando la natura della prima non si può prevedere nulla della sua funzione.

Allora, ecco la conclusione di Monod: se i codici della vita sono gratuiti, significa che “tutto è possibile”: quando si formano le strutture vitali la completa libertà di scelta tra le infinite opzioni, essendo queste sciolte da qualsiasi vincolo chimico, costringe di fatto la natura ad escludere tutte quelle possibilità che non si configurano.

Si afferma solo quella possibilità che “obbedisce meglio ai soli vincoli fisiologici, grazie ai quali tutto verrà selezionato secondo la maggior coerenza ed efficacia che conferirà alla cellula o all’organismo”.

Qual è allora la fonte della teleonomia? La causa ultima è la disposizione casuale dei nucleotidi del DNA che determina una sequenza altrettanto casuale di amminoacidi, che genera poi a cascata tutti gli eventi che caratterizzano il fenomeno della vita.

Interessante, ma discutibile, la definizione di casualità del DNA come “assenza di regole che permettano di prevedere la successiva lettera”: l’osservazione è vera, ma non per questo il DNA appare non ordinato, anzi, è “il libretto di istruzioni della vita” (Collins, Direttore del Progetto Genoma Umano).  Chiunque abbia studiato la biologia molecolare del gene ha incontrato solo che “regole”: il processo di lettura del DNA e di sintesi delle proteine avviene secondo un vero e proprio “protocollo”, che garantisce la vita stessa.

Proviamo a riflettere su queste conclusioni di Monod.

Ci troviamo di fronte ad un paradosso epistemologico: il riconoscimento esplicito e scientifico della teleonomia come la cifra della vita non porta alla classica conclusione metafisica (esiste un Progettatore esterno) che ha nutrito interi millenni di umanità, ma al suo contrario: “l’antica alleanza è infranta: l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso.  Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo.” (conclusione del libro).

Possono convivere le due conclusioni? O quale delle due è quella vera?

Rinvio la risposta al lettore.  Aggiungo alcune riflessioni nel merito delle argomentazioni utilizzate da Monod: parto dalla “gratuità del codice genetico”, il fondamento di tutto il suo castello ideale.

Se non esiste alcun legame chimico-fisico tra il messaggio e il suo significato, non si capisce perché la loro relazione dovrebbe essere determinata dall’ambiente: se la complementarietà materiale non è riuscita a legare i due oggetti, come possono fare due pezzi di lego, perché mai dovrebbe riuscirci un ambiente anonimo, che non ha alcuna affinità né alcun interesse?

Come a dire: se i due pezzi di lego non si sono uniti perché hanno i fori e denti complementari, perché mai il tappeto su cui si trovano dovrebbe casualmente unirli?

Insomma, l’ambiente di Monod ha proprietà morfogenetiche che né la chimica, né la fisica, né la biologia, gli attribuiscono.

Che cosa c’entrano la temperatura, la pressione, la concentrazione iniziali, ma anche gli stessi atomi del DNA con tutto ciò che dovrebbe conseguire dalle loro informazioni: le membrane cellulari, i tessuti, gli organi, gli apparati, il naso, la bocca, gli occhi, lo sguardo stupito di chi ha appena letto il libro di Monod?

Come si spiega solo a partire dal DNA che la cellula uovo, sferica e indifferenziata, in pochi giorni si struttura lungo tre assi, assume una forma allungata con una cavità interna che diventerà l’intestino, cresce e si differenzia formando un bambino completo di tutto, già dopo quattro settimane?

Oggi si sa che gli esseri viventi sono organizzati a più livelli di complessità, uno sopra l’altro e  non si possono spiegare a partire da quello sottostante: l’anatomia e la fisiologia del cuore non sono incluse nella cellula del miocardio, così come le proprietà della cellula non sono prevedibili a partire dai suoi ingredienti chimici,… e così via.

Credo che Aristotele avesse ragione, ancora nel IV secolo avanti Cristo: le cause finali sono il motore di ogni movimento.  Le cellule del nostro corpo si comportano “come se” fossero consapevoli di quello che devono fare in ogni istante per realizzare il progetto della vita e della sua perpetuazione.

Ma: possono essere consapevoli? Se non abbiamo evidenza sperimentale di questa condizione della materia, credo possa risultare ragionevole ipotizzare una Causa finale al di fuori del sistema.

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I HAVE A DREAM

Sogno il giorno in cui i nostri bambini aprono il loro testo di scienza e vedono per trasparenza le tracce di Dio.

Sogno che la scienza diventi la vera protagonista nelle meditazioni dei bambini, perché fornisce loro una miriade di facce in cui si riflette il volto stesso di Dio.

Sogno che i bambini possano esclamare:

“Non si è mai visto nulla di simile.  Ha fatto vedere i ciechi, ha fatto camminare gli zoppi, ha risuscitato i morti”.

Perché osservare una galassia di centinaia di milioni di stelle, ordinata nella sua spirale, o osservare il film del bambino che si sviluppa a partire da una cellula uovo è meno che vedere risuscitare un morto?

Si dice che Dio non rientra nel campo di esistenza della scienza, per cui la scienza non se ne occupa.

Ma non esiste la scienza, esistono gli scienziati.

E ciascuno di loro si occupa di Dio, in ogni senso.

Nessuno ricerca il dato o la misura del peso o dell’energia per amore della misura, lo fa perché cerca di capire come stanno le cose; cerca una causa e cerca un senso, per la parte ma anche per il tutto.

Einstein sostiene che la ricerca scientifica si fonda su due principi.

Il primo: “la fede in un mondo esterno indipendente dal soggetto che lo percepisce è la base di ogni scienza naturale”. Il secondo: “è certo che alla base di ogni lavoro scientifico si trova la convinzione, analoga al sentimento religioso, che il mondo è fondato sulla ragione e può essere compreso”. Einstein è affascinato da questo mistero: “la comprensibilità del mondo”. Lo definisce “un miracolo” perché “sicuramente, a priori, ci si dovrebbe aspettare che il mondo fosse caotico, inafferrabile in qualsiasi modo dal pensiero”.

Invece non è così. Ed Einstein spiega: “la mia religiosità consiste in una umile ammirazione dello Spirito infinitamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con la nostra ragione debole ed effimera, possiamo capire della realtà”. Ratzinger a Ratisbona ha ribadito lo stesso concetto: “la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata, esista una vera analogia”.
Allora rientra nella logica di chi crede che il mondo funziona con cause ed effetti, quindi collabora alla ricerca della Causa ultima: si occupa di Dio.

Altri si inseriscono in questa logica, ma lo fanno per dimostrare che l’Universo è autosufficiente, basta a se stesso come dice S.Hawking nel Grand Design: “La forza di gravità spiega la nascita del big bang senza ricorrere a Dio”.  Anche in questo caso si occupano di Dio, per negarlo.

Come sorride Whitehead, logico matematico di Cambridge: “queste persone sono curiose: trascorrono la loro vita con un’unica finalità: dimostrare che la vita non ha finalità!”, come a dire: la loro stessa vita smentisce quello che dicono!

Anche la Hack, alla fine, non fa che dichiarare il suo ateismo servendosi di osservazioni scientifiche e non filosofiche.

Dice che la scienza è neutra però alla fine si dichiara atea proprio perché ha studiato il mondo da scienziata e non Lo ha visto!

Il nostro cuore è irrequieto e continua a girare intorno a Lui, per questo è impossibile vivere una vita senza occuparsi di Lui come il centro di tutto.

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